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UN GRANDE SARCOFAGO E UN GRANDE MISTERO – Archivio La Torre Oggi

UN GRANDE SARCOFAGO E UN GRANDE MISTERO

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BlogCultura, Primo Piano

Nuove   curiosità  e  notizie   inedite – parte terza (ed ultima)


Il Prof. Dr. Phil. Bernard Andreae
dell‘Akademie der Wissenschaften  AUTORE DELLO STUDIO  DAL TITOLO “Imitazione ed originalità nei sarcofagi romani” pubblicato,
Tra il 1968 e il 1969, in “Rendiconti della Pont. Accademia di Archeologia” – XLI. Egli è fra gli autori che, nel suddetto studio, ha esaminato il sarcofago veliterno approfondendo il significato simbolico ed escatologico dei miti, in particolare quello di Ercole
 

Ercole  e  le  sue  fatiche

Le dodici fatiche ( dal greco ‘dodeklathlos’ ) di Ercole, nella mitologia greca e romana, sono una serie di episodi riuniti in un unico racconto , che fanno riferimento alle imprese compiute dall’eroe per espiare il fatto di essere colpevole della morte della sua famiglia. Secondo alcune ipotesi, il ciclo delle dodici fatiche avrebbe fatto parte di un poema che poi è andato perduto; iI poema venne scritto nel 600 a. C. da Pisandro di Rodi. Nel tempio di Zeus ad Olimpia si trova una famosa rappresentazione scultorea delle fatiche di Ercole che risale al 450 a.C. Ed appunto, le ‘metope’ ( ovvero lo spazio rettangolare del fregio del tempio decorato a rilievo ), nel tempio di Zeus ( Giove ) ad Olimpia erano proprio dodici.

Quindi, fin dai tempi antichi della civiltà greca, le fatiche di Ercole erano, tradizionalmente e numericamente, dodici. Quindi, tornando al sarcofago veliterno delle fatiche di Ercole Renato Bartoccini scrive: ”Si tratta di Ercole nelle sue dodici mitiche  fatiche e nel principale dei suoi ‘parerga’”( R. Bartoccini -op. cit. – pag. 24). Naturalmente, come abbiamo già detto, “il lato principale e più importante ( e la nostra ipotesi – aggiunge Bartoccini- ,(…)sarebbe senz’altro confermata )”, è quello dove viene rappresentato l’eroe “alle prese con il leone di Nemea” (R. Bartoccini – op. cit. -pag.24). La seconda fatica, di cui ne abbiamo già parlato, è quella in cui “è alle prese con l’idra di Lerna, dalla cui testa femminile si avventano nove serpenti; di essi egli ne tiene uno stretto con la mano sinistra, accanto a un altro forse già morente, mentre va colpendo i rimanenti con la destra armata di clava, incurante del grosso corpo anguiforme del mostro che invano tenta di farlo cadere avvinghiandogli il polpaccio dallo stesso lato” ( R. Bartoccini – op. ci. -pag.24 ). La descrizione del Bartoccini è estremamente eccezionale nei suoi elementi particolari e nella sua efficacia descrittiva delle sculture del sarcofago.

Lo stesso Bartoccini rileva inoltre la presenza di più maestranze nell’esecuzione delle rappresentazioni del sarcofago. Infatti egli scrive che risulta, nel rilievo della zona superiore e intermedia del sarcofago, “la mano di un altro esecutore o questo si è attenuto al disegno più che altrove”. E’ molto probabile che, come è stato detto in precedenza, vi sia stata la presenza di più di una maestranza nell’esecuzione del sarcofago e che la tecnica di realizzazione risulti diversa. Effettivamente è doveroso considerare ciò che ha scritto il Prof.

Friedrich-Wilhelm von Hase, nel Catalogo de “La Veneria Reale” del 2018, ovvero che “il personaggio e le gesta di Eracle hanno offerto abbondate materiale agli artisti figurativi di ogni epoca”, e inoltre che “l’immagine canonica ci restituisce la figura di un Eracle più giovane, dal fisico molto atletico ( e ) nudo (…); i suoi emblemi includevano anche la pelle del leone di Nemea da lui ucciso e la possente clava”, proprio come lo vediamo nel sarcofago di Velletri ( F.-W. Van Hase – “Osservazioni sul mito di Eracle” -op.cit. pag. 3 ). Riguardo poi alle “dodici imprese che Ercole dovette eseguire per ordine del re miceneo Euristeo”, queste “si trovano anche in numerose altre opere” ( F.-W. Hase – op.cit. -pag. 4 ), come appunto il sarcofago di Velletri. Dobbiamo inoltre aggiungere che Ercole è, in effetti, l’”unica divinità straniera introdotta a Roma da Romolo”, e che “tanto per Roma come per il resto del Lazio, Hercules è, fin dalle origini, il capo degli dei, come è rivelato dalla Ara Maxima del Foro Boario e, più ancora, (…) il dio che presiede, affiancato da Diana” ( M.- A. Levi – “L’Ercole Romano”, in “Dialogues d’Hitorie  Ancienne” 22/1, 1996, pag. 82 ). Naturalmente, si può senza alcun dubbio affermare quindi che “il sarcofago di Velletri rappresenta ( certamente ) un compendio della simbologia sepolcrale pagana”, ed inoltre, “per quanto riguarda la tematica rappresentata” ( ovvero le dodici fatiche eseguite dall’eroe Ercole – n.d.r. ), essa rappresenta “un incontro di esperienze artistiche greche e romane”.

Essendo quindi un ‘unicum’ nell’ambito artistico; B. Andrae, nel suo studio sui sarcofagi “Imitazione ed originalità nei sarcofagi romani”( pubblicato in “RendPontAcc” XLI – PP.145 ), ritiene che il sarcofago sia opera di maestranze romane influenzate dai modelli greci e orientali, maestranze attive durante l’età adrianea o durante la prima età antonina. M. Lawrence, in “The Velletri Sarcophagus”,( pubblicato in AJA 69, 1965, pag. 221) sostiene invece che l’opera è stata eseguita da mani diverse di una stessa officina romana, ed un unico autore avrebbe disegnato il lato principale lungo co il mito di Proserpina e il lato breve con la Nike tauroctona,


LATO   BREVE   POSTERIORE  DEL  SARCOFAGO  DELLE FATICHE  DI  ERCOLE  DOVE  SEGUONO  LE  ULTIME  TRE FATICHE  DI  ERCOLE  INCORNICIATE  DA  DUE  COLONNINE AI  LATI  DESTRO  E  SINISTRO E  DA  DUE  CARIATIDI. SI TRATTA  DELL’EROE  CHE  LOTTA  CONTRO  GERIONE (IL MOSTTO TRICORPORE); AL CENTRO  ERCOLE CHE TRASCINA IL CANE CERBERO  CUSTODE DELL’ADE; NELLA TERZA,  ED  ULTIMA  FATICA (ALLA NOSTRA SINISTRA ),  ERCOLE  CONQUISTA  I  POMI  D’ORO  NEL GIADINO  DELLE  ESPERIDI.
 
( VELLETRI  –  MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO “ORESTE NARDINI”)

eseguendo di sua mano soltanto la parte superiore, ma affidando ad altre maestranze il registro inferiore. La Lawrence data il sarcofago al II – III secolo d.C., ed anche il Bartoccini che lo ritiene realizzato tra il 190 ed il 193 d.C., come lo stesso Traversari, che paragona il sarcofago veliterno con quello delle fatiche di Ercole nel Museo Borghese di Roma. Quindi, come si può vedere, le opinioni sono diverse, ma l’opera rimane sempre un ‘unicum’ nel suo genere.

A  chi  era  destinato  e  perché  era  lì ?

A chi era destinato questo meraviglioso sarcofago rimane tutt’oggi un grande mistero. Ugualmente rimane un mistero non affatto risolto anche il fatto che è stato trovato non nel luogo al quale doveva essere destinato. Quindi, due grandi misteri ancora oggi non risolti. Ma una cosa è certa che il sarcofago è stato riutilizzato, durante il periodo tra il XII ed il XIV d.C., come sepoltura di “nove individui sette adulti e due bambini. Di queste sepolture, due, di adulti, sono risultate poi non essere coeve e molto più recenti rispetto alle altre” ( M. Rubini – “i resti scheletrici umani del sarcofago di Ercole”, in AA.VV. “Il Museo Civico di Velletri – 6 – Editrce Quasar – Roma, 1989 – pagg. 146 e 147). Ma, a parte ciò, possiamo ipotizzare che era destinato all’imperatore Marco Aurelio Valerio Massimiano ? amico e commilitone dell’Imperatore Diocleziano ? che si faceva chiamare Massimiano “Herculius” ?. Non lo possiamo effettivamente sapere e non lo sapremo mai.

Giorgio Manganello

Centro Studi e Ricerche “Oreste Nardini”