Da un’idea di Matteo Scannicchio, musicista e i testi di Roberto Zaccagnini. Vedi il video
Il 20 gennaio è uscito il primo singolo, intitolato “Microbo o moschino” dell’Orchestra del Paese Immobile, un progetto di canzoni in dialetto velletrano, nato dall’incontro tra Roberto Zaccagnini (Scrittore, Storico della Cultura di Velletri, Attore, Libraio) e Matteo Scannicchio (Musicista, Autore, Compositore, Produttore). Dieci poesie trasformate in canzoni, un live e un disco che raccontano le storie di Velletri, con l’idea di dare nuova vita alla tradizione attraverso sonorità contemporanee e linguaggi visivi in 3D.
Tutti i musicisti, i tecnici, i videomaker, i social media manager, la produzione e gli artisti che collaborano con l’Orchestra del Paese Immobile vivono a Velletri. Un progetto originale e ambizioso, pieno di radici con un occhio al passato e lo sguardo rivolto al futuro.
Orchestra del Paese Immobile, come nasce quest’idea? Qual è stata la genesi del tutto?
È nato tutto per caso. Un giorno, un mio amico mi mandò una poesia di Roberto Zaccagnini: era “Ernesto ‘o macellaro”. Ovviamente mi divertii tantissimo e così ho iniziato a cercare altre poesie. Roberto ha una penna divina, leggendo ho iniziato a capire che oltre alla satira, alle battute e al “velletranismo”, c’erano anche delle storie meravigliose, dei sentimenti ancestrali molto legati al territorio. Inoltre, io sono cresciuto qui ma, non avendo origini veliterne, non avevo mai approfondito la ricchezza, la sensibilità e il suono del dialetto. Così ho iniziato a improvvisare accordi mentre leggevo. Sono andato immediatamente alla Libreria n°6, da Roberto. Mi sono presentato e gli ho chiesto il permesso di musicare le sue canzoni, ero timidissimo e impacciato. Lui mi ha risposto con la pipa tra i denti: “fa’ po’ come cazzo te pare…”. L’ho preso per un “Sì”, quindi sono tornato immediatamente a casa. Non ho dormito tutta la notte per leggere le poesie e tirare giù dei pezzi da fargli ascoltare quanto prima. Non mi interessava usare i suoni e le soluzioni della canzone polare, volevo andare oltre sia nelle melodie che nella cifra stilistica, volevo aggiornare la tradizione! Il mattino dopo pioveva, sono uscito in ciabatte, la chitarra presa al volo senza neanche la custodia, con gli occhi gonfi per l’insonnia. Arrivato in libreria mi sono trovato davanti Roberto con la sua splendida cerchia di amici, tutti velletrani doc, tutti profondi conoscitori della città e dei suoi vizi. Pensavo di trovarmi solo con lui invece dovevo fare subito il primo live! Su un foglietto lacero mi ero annotato qualche accordo, mi tremavano le mani. Suonai la prima canzone seduto sullo scalino della libreria, la canzone era “‘o giro a camposanto”, faccio l’ultimo accordo, alzo gli occhi e piangevano tutti! Erano tutti commossi, Roberto per primo! Così è nata l’Orchestra del Paese Immobile. Subito ho iniziato a bombardare il povero Roberto di domande, a chiamare gli amici, a immaginare il progetto e come coinvolgere più persone possibili, come far diventare Velletri orgogliosa di sé stessa attraverso parole, suoni e immagini.
Da sempre sei un musicista che ha calcato i grandi palchi della musica italiana, ricordo la collaborazione con Motta, Zero Assoluto, i nostrani Valentina Lupi, Cappello a Cilindro e così via. Com’è tornare al “Paese”? Che cosa ci dobbiamo aspettare?
Anche Marina Rei, Operaja Criminale, Giorgio Canali, Galoni, persone e artisti che fanno parte della mia vita! A dire il vero ho sempre vissuto qui, ho avuto però l’opportunità di viaggiare tantissimo, praticamente sempre e questo mi ha portato a conoscere tante realtà, tante persone e tante idee. La riflessione sull’Orchestra del Paese Immobile e su Velletri è nata proprio da queste esperienze: perché gli altri sì e noi no? Perché devo vedere dei paesi dell’entroterra Friulano, Toscano o Siciliano che si muovono, si organizzano, esportano la loro cultura con orgoglio e noi no? Perché non ci facciamo belli anche noi per uscire? L’Orchestra deve essere percepita come un progetto della collettività, abbiamo coinvolto esclusivamente artisti, tecnici e musicisti che vivono qui, velletrani e neo-velletrani provenienti da altri paesi, così da mischiarci e arricchirci con suoni e idee diverse dalla solita tradizione e che sicuramente descrivono meglio quello che è oggi il tessuto sociale della nostra città e soprattutto il suo futuro. La generazione Z è già pronta, Velletri non ancora ma ci arriveremo.
Quando si parla di canzoni dialettali, vengono in mente i testi in genovese e in sardo di Fabrizio De Andrè, le canzoni romane di Gabriella Ferri, il milanese di Enzo Jannacci. Com’è stato confrontarsi con il dialetto velletrano?
I dialetti hanno un suono stupendo. Sono la forma espressiva più vicina all’animo umano, la forma più intima. In dialetto una parola può farti sentire anche il profumo o i rumori o le sensazioni. Per esempio, se dici “’o stazzo”, insieme allo spazio fisico, l’aia, ti viene in mente il profumo della terra, del vento, le voci dei bambini e le bestemmie dei contadini, le tavolate, il vino, i carciofi, un mondo! Ogni dialetto ha il fascino e la dignità di una lingua ufficiale, anzi, forse è più rappresentativo. Storie e parole dialettali sono una miniera d’oro da conservare, non per essere ossessivamente legati alla tradizione (spesso la detesto), ma perché sono belle, sono cariche di vita.
Mi viene da definire questo progetto come una “Spoon River” di Velletri, è bello pensare ad una collettività unita sotto il tetto dell’arte. Venire dalla provincia quanto è difficile per un musicista ma quanta bellezza possiamo ricavarne?
Grazie, bellissima analogia con Spoon River! Però Spoon River è un capolavoro letterario e musicale, noi siamo una piccola orchestra di una piccola città e poi dai, Velletri non somiglia a un cimitero! L’arte è sempre stata visionaria, è sempre arrivata prima, ha immaginato prima le cose. Noi che viviamo di questo abbiamo il dovere morale di provarci e sicuramente insieme si fa meglio che da soli; perciò, è importante il concetto di collettivo. Questo è il punto, si può partire da un po’ più lontano ma se ti piace quello che fai, se ti diverti, se sei curioso, se ascolti, se sei educato, alla fine non c’è distanza che non sia percorribile. Fare il musicista è faticoso ovunque, tanti sacrifici e una vita incompatibile con il resto. Però la musica, qualsiasi musica, è la cosa più bella ed emozionante del mondo, è trascendenza, è gioia pura e tristezza infinita, è tutto. È per questo motivo che alla fine sto bene se non sto mai fermo e preferisco fare qualche chilometro in più per tornare a casa piuttosto che evaporare in una grande città.
Sofia Bucci
