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Intervista a Matteo Scannicchio, ideatore e fondatore dell’ “Orchestra del Paese Immobile” – Archivio La Torre Oggi

Intervista a Matteo Scannicchio, ideatore e fondatore dell’ “Orchestra del Paese Immobile”

Scritto da:

Martina Angeloni

Pubblicato il:

BlogARTE, Musica, Primo Piano

Un gruppo di musicisti veliterni che ha fatto breccia nei cuori dei cittadini

di Martina Angeloni

Matteo ci ha raccontato un po’ i primi passi di questo nuovo gruppo che in poco tempo ha fatto breccia nei cuori dei veliterni, ci ha spiegato qual è l’obiettivo di questo progetto, quello di valorizzare Velletri e renderla bella.


Com’è nata l’idea di questo progetto?
“La storiella è sempre la stessa quella che racconto anche ad ogni concerto, un giorno un mio amico mi ha mandato una poesia di Roberto e da lì è partito tutto. In realtà la grande ispirazione è stata data dal fato che io nella mia vita facendo il musicista ho sempre viaggiato e ho sempre considerato Velletri come un dormitorio, un bel posto dove stare ma nulla di più, non l’ho mai vista con gli occhi innamorati.

Questo per mille motivi, forse neanche io ero ancora pronto a vederla in quel modo. Viaggiando ho visto e vedo sempre più posti che riuscivano a organizzarsi e a farsi belli e a un certo punto della mia vita mi sono sentito mortificato da come io stesso non volessi bene alla città.

Ho capito che se devo vivere qua devo dare il mio contributo affinché questo posto sia più bello di ieri e affinché domani sia ancora più bello di oggi. E da questa “presa di coscienza” è nato tutto, sapendo suonare il mio ambito di competenza è la musica, le poesie di Roberto, indipendentemente dal dialetto, sono bellissime, ogni cosa che si aggiunge e che si aggiungerà andrà ad arricchire questo progetto.

Per il momento c’è la musica ma vogliamo coinvolgere pittura, danza e gli altri linguaggi dell’arte. Con questo progetto poi mi faceva piacere ridare vita al dialetto, che tutto quel mondo e quella cultura tornasse a emergere.

Il dialetto ha delle forme meravigliose che è un peccato perdere e ho incominciato a rendermi conto che con la mia generazione il lavoro fatto da Roberto e da tanti altri come lui di archivio e di racconto, cominciava a perdersi”.


Con questo progetto quale è il messaggio che volete inviare alla comunità veliterna?
“Il messaggio che lanciamo è che bisogna piacersi di più, bisogna fare cose. Se dobbiamo abitare qui facciamo che questo posto sia più bello, cerchiamo di migliorarci, ognuno dia il proprio contributo. Apriamo le braccia invece di chiuderle, accogliamo invece di allontanare. Non credo neanche che sia doveroso, ma è più piacevole. Io quando viaggiavo fino a qualche anno fa ogni volta che mi chiedevano di dove fossi rispondevo che ero di Roma, adesso se me lo chiedono rispondo che sono di Velletri e magari mi capita di raccontare qualcosa di questa città e la gente rimane affascinata”.


Com’è nato il gruppo?
“Ho iniziato a fare telefonate, ho chiamato in primis gli amici, Augusto Pallocca qui mi ha dato una grande mano perché era inserito molto più di me sul territorio. Ho contattato anche vecchie generazioni. Suonare con Cristiano ad esempio per me è importantissimo. Oltre ad essere un musicista incredibile, io ho cominciato a suonare nella vita perché andavo a vedere i concerti del gruppo di Cristiano e Simone, e io a 17 anni non pensavo che si potesse fare musica originale senza essere Vasco Rossi. A Velletri c’era un solo locale dove si faceva musica dal vivo che era il Passo Carrabile per il Corso. Io andavo lì a vedere i loro concerti, c’era anche Carlo Micheli al sassofono, c’era Aldo Perris.

Mi ricordo che una volta avevano un concerto a Roma e per me era una cosa incredibile, non pensavo ci si potesse arrivare. Ecco perché per me ora suonare con Cristiano non ha solo un significato musicale ma soprattutto personale. Abbiamo cominciato a coinvolgere le persone con l’umanità, oltre alla bravura musicale.

L’idea principale di questo gruppo è che mentre noi oggi stiamo suonando, fra vent’anni mi piacerebbe che qualcun altro suonasse al posto nostro. Mi piacerebbe che il bambino che oggi viene al concerto un domani sia il cantante, il tastierista o il batterista dell’Orchestra.

Spero fra vent’anni di vedere che questo progetto ha dato un contributo, anche piccolissimo magari, alla nostra città”.


Mi spieghi un po’ la scelta del logo dell’Orchestra?
“Il nostro logo rappresenta l’Indico, questo personaggio del folklore meraviglioso, che in realtà esiste in tutte le culture popolari. In tutte le parti d’Italia esiste la storia dell’indico che in ogni paese/città si chiama in modo diverso.

Roberto mi ha raccontato, e mi fido cecamente del suo racconto, che Nelson Mandela in una sua autobiografia racconta di suo nonno che andava nei villaggi subsahariani a cacciare dalle capanne l’Indico.

Abbiamo quindi scelto questo personaggio rappresentativo della cultura, anche perché è dispettoso come i velletrani. Nell’iconografia viene appunto rappresentato con questo cappello rosso a punta e allora abbiamo chiesto a Chiara Menicocci di immaginare come potesse essere l’Indico, lei lo ha disegnato così e la prima cosa che mi ha colpito è che non si capisce di che sesso sia”.


Velletri come tante altre realtà pullula di artisti, musicisti, giovani con tanto talento, ma spesso non si espongono a volte per paura a volte perché magari mancano le opportunità. Come pensi si possano incentivare questi giovani?
Io credo che spazi, associazioni muovono culturalmente le città. Bisogna avere il coraggio di esporsi, il web e i social sicuramente accelerano di molto i tempi rispetto a quando ho cominciato io, sono un’arma a doppio taglio, ma se usati bene possono essere di grande aiuto. Posti ad esempio come il Dopolavoro Ferroviario qui sono una rarità, sono posti che diventano poi punti di riferimento e che sono una grande risorsa per il territorio in cui stanno. Aggiungo che secondo me non bisogna mai guardare le istituzioni come un muro, ma vanno tirate dentro, vanno coinvolte. Ovviamente ci sono mille difficoltà, ma continuare a fare, continuare a seminare, non fermarsi mai è la strada migliore”.