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Autolesionismo, gesti nocivi e social network – Archivio La Torre Oggi

Autolesionismo, gesti nocivi e social network

Scritto da:

Redazione

Pubblicato il:

BlogAttualità, Primo Piano, Sanità

Il nostro giornale ha deciso di affrontare il dilagante fenomeno intervistando la psicologa Francesca Iacobelli per comprendere l’atteggiamento e gli incomprensibili gesti dei nostri giovani

“Qual è il ruolo che i media giocano nella vita delle persone, anzi, di questi bambini? E quanto la diffusione di queste notizie di carattere negativo sono in grado di influenzare il libero arbitrio di queste nuove generazioni?”

Alla luce di alcuni tragici fatti avvenuti nell’ultimo periodo, la nostra redazione ha deciso di intervistare la psicologa Francesca Iacobelli per comprendere in modo totalizzante e attraverso chi di competenza, alcuni fenomeni di autolesionismo e anche di gesti suicida in voga fra ragazzi davvero giovani.

Antonella, una bambina di 10 anni per via di una sfida denominata “black out challenge” che consisteva nello sfidare il tempo trattenendo il respiro, ha perso la vita invano solo al fine di voler diventare la star dei social. A Bari invece, un bambino di nove anni si impicca e la madre ritrova il cellulare sul suo letto.

Ci siamo quindi chiesti: “Qual è il ruolo che i media giocano nella vita delle persone, anzi, di questi bambini? E quanto la diffusione di queste notizie di carattere negativo sono in grado di influenzare il libero arbitrio di queste nuove generazioni?”.

Siamo partiti dall’innalzamento della percentuale inerente le forme di autolesionismo che spesso nascondono un retroscena che va da disagi di tipo familiare ad un malessere di tipo personale. Gli eventi di cui abbiamo parlato in precedenza, però, coinvolgendo bambini di giovane età, possono davvero centrare con un malessere introspettivo? Non sarà che la moda sta coinvolgendo tendenze che si discostano da valori sempre esistiti?

La nostra intervista andrà a basarsi proprio su questo, capire insieme alla dott.ssa Iacobelli il ruolo che i social hanno nelle nostre vite e come le famiglie e le istituzioni possano andare a tutelare questi soggetti inconsapevoli al fine di evitare queste grandi tragedie, sempre più numerose e rilevanti in questa particolare epoca storica.

Abbiamo posto alla dott.ssa Iacobelli alcune domande per avere chiarezza sulla situazione attuale:

Che ruolo giocano i social nella vita di questi giovani?  

Sicuramente sono diventati la distrazione di molti bambini e ragazzi. Questo è accaduto perché le nuove generazioni di per sé, hanno esempi di genitori che utilizzano i social a livello lavorativo, chi semplicemente come meccanismo di informazione ma anche come svago. Questo ci fa capire che non è un caso che i bambini siano a contatto con queste nuove tecnologie. Ci scordiamo però di quanto in realtà uno strumento del genere possa essere usato in modo spropositato, se nelle mani di un soggetto “inconsapevole”. 

Crede che questi strumenti abbiano una valenza negativa? 

Il nocivo uso di questi oggetti e i genitori di queste nuove generazioni contribuiscono nella modalità d’uso di questi strumenti. Ci si dovrebbe soffermare sulla visione del tempo passato insieme ai nostri bambini e ragazzi, ma non focalizzandoci sulla quantità del tempo che si passa con loro ma soprattutto la qualità del tempo che si passa insieme ai propri figli. Ci sono molte famiglie infatti, che durante i pasti o in quei piccoli spazi della giornata che riservano per stare insieme, neanche si rivolgono la parola.  

Secondo lei questi recenti fatti dipendono da alcune nocive tendenze di questo periodo? 

Tutti noi sappiamo che il mondo virtuale ci mostra dei modelli, tutti questi ragazzi quindi seguono un proprio idolo ma anche quest’ultimo che questo propone. Quello che sta succedendo credo sia proprio questo, seguire una tendenza senza valutarne le conseguenze. Stiamo creando generazioni da un lato molto social, ma dall’altro incapaci di instaurare contatti sociali reali e forti. 

Come possono le famiglie e le istituzioni essere vicini a queste persone? 

Considerando che questi soggetti mentalmente fragili hanno potenziato sentimenti di inadeguatezza, isolamento e mancanza di autostima, la famiglia potrebbe riconoscere al bambino-ragazzo dei meriti che possano rendere soddisfatto il ragazzo ma anche creare un senso di fiducia tra il giovane e la propria famiglia. La scuola invece contribuisce con gli sportelli d’ascolto psicologico. Il ragazzo inoltre potrebbe praticare uno sport di squadra in modo da poter creare un’interazione e un legame speciale con i suoi compagni. Lo sport ha un ruolo molto importante nella vita dei giovani poiché fa emergere i punti forti del ragazzo.  

Come possiamo accorgerci che alcuni soggetti sono immersi in questo tipo di tendenze?  

Se i ragazzi che si espongono a determinati rischi, non riescono a confidarsi con la propria famiglia o con le persone con cui condividono parti della loro giornata (compagni di classe e i professori), l’unica cosa che si dovrebbe fare è osservare maggiormente i comportamenti dei ragazzi. 

Secondo lei, questo ingabbiante periodo ha contribuito all’innalzamento della percentuale che riguarda l’autolesionismo e questi atti suicida?  

Certamente. Se prima del lockdown e la pandemia, gli smartphone e altri mass media venivano considerati parte delle nostre vite, oggi sono una vera e propria estensione mentale per molti ragazzi che durante questo periodo si sono totalmente isolati. Questo senso di isolamento ha consolidato sentimenti negativi in queste persone, proprio per questo essi possono compiere gesti nocivi sul loro corpo per sfogare questa tristezza e solitudine intrinseca. 

L’influsso di notizie negative comunicate da social e telegiornali, potrebbero contribuire ad un maggior malessere introspettivo? 

Sicuramente il telegiornale o altri mezzi di comunicazione di massa, sono in grado di influenzare tutti. L’influsso di molte notizie negative potrebbe assolutamente contribuire ad un malessere maggiore. Credo che a volte bisognerebbe staccare la tv, disconnetterci del tutto dal mondo virtuale per ascoltare noi stessi. Dovremmo dedicare più tempo al nostro essere, perché solo noi abbiamo il controllo della nostra persona.  

La psicologa come può aiutare una persona autolesionista o qualcuno che nutre dei disagi verso la propria persona? 

Gli psicologi possono essere anche considerati “amici di dialogo”, questo perché quando si portano avanti sedute psicologiche ci si prende semplicemente cura di sé stessi. Lo psicologo è una persona che non conosce il suo paziente e soprattutto resta al di fuori dei suoi ambienti. Deve essere sfatato il mito dello psicologo come colui che risolve i nostri problemi e che cura qualcuno malato, perché coloro che si rivolgono ad uno psicologo non vengono curati ma giungono alla consapevolezza, alla radice della problematiche che riscontrano. La maggior parte del lavoro sta al paziente mentre il restante sta allo psicologo cui ci si riferisce, la cosa importante fra i due è la nascita di un rapporto basato sulla fiducia.  

Beatrice Di Bartolomei