di Martina Angeloni
Venerdì 25 novembre, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, al Liceo A. Landi di Velletri si è tenuto un interessantissimo convegno dal titolo “Il coraggio delle attiviste”, in cui è intervenuto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ma anche scrittore e giornalista.

Il convegno è iniziato con i saluti della preside del liceo Landi, la professoressa Simonetta De Simoni, che ha tenuto a ringraziare la professoressa Ruffolo, la quale ha organizzato l’incontro. Ha poi preso parola la professoressa Tamburlani, che ha fatto le veci della prof. Ruffolo, la quale purtroppo non è potuta essere presente al convegno. Tra i tanti ringraziamenti la professoressa Tamburlani ha anche nominato Chiara Pacifici dell’Ufficio Educazione e Formazione di Amnesty International.
La professoressa Tamburlani ha poi presentato il tavolo, costituito dal professor Alessio Cannatelli, da Riccardo Noury, dalla preside Simonetta De Simoni e dalle professoresse Cinzia Stecca e Patrizia Leotta.

A rappresentare l’Amministrazione comunale, è intervenuta la vicesindaca Giulia Ciafrei: “Sono contenta di essere qui oggi, ringrazio il liceo Landi per questa iniziativa e ringrazio Amnesty International per la presenza nella nostra città”.
“Oggi come sapete è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. A Velletri è da circa un anno che abbiamo aperto un punto d’ascolto, che si chiama Marinella, con al suo interno operatrici qualificate.
È un luogo in cui l’accesso è assolutamente anonimo, in cui vengono accolti anche i minori e le minori che vogliono essere ascoltati.
Inoltre, a Velletri è presente anche il consultorio, il cui accesso è gratuito e riservato, dove ci si può recare sia per questioni legate alla sessualità sia per questioni legate al contrasto alla violenza di genere. Voglio dire che di violenza si parla principalmente in questi giorni comandati dai calendari, però è un tema che purtroppo esiste tutti i giorni.
Tutte noi, penso che abbiamo avuto un momento nella nostra vita in cui ci siamo sentite minacciate: per strada, in discoteca, a scuola, a causa di una parola, di uno sguardo; perché la violenza non è solo l’atto finale del “avere le mani addosso”, o peggio ancora morire a causa di quelle mani addosso: la violenza passa dalle piccole cose.
Il titolo del convegno “Il coraggio delle attiviste” mi ha colpito, perché sembra che in questo mondo la storia l’abbiano fatta gli uomini e invece non è solo così. E’ bene sapere che ci sono state anche tantissime donne che hanno fatto la storia, ed è importante perciò ricordarle e dar loro l’importanza che meritano.
Voi siete studenti e studentesse e credo che le parole del Ministro dell’Istruzione, che ha parlato di umiliazione, ci debbano far riflettere, perché all’interno di un’istituzione scolastica in cui l’educazione e il rispetto dovrebbero essere le basi e in cui invece purtroppo si verificano ancora episodi discriminatori nei confronti delle categorie più fragili (parlo delle donne, della comunità LGBTQIA+, parlo degli alunni e delle alunne di diverse provenienze) parlare di umiliazione è a mio parere scandaloso.
Vi ringrazio perché avere una scuola che parla di queste cose significa avere una scuola sensibile a queste tematiche e attenta alla società di oggi”.

È poi intervenuto il sindaco Orlando Pocci:
“Pensando a cosa succede negli altri paesi, quelle cose ci sembrano così lontane, eppure nella nostra società solo fino a tre generazioni fa esistevano disparità di questo tipo, in campo economico ad esempio. Le donne non avevano un’economia propria, erano subordinate ai mariti, c’era discriminazione nell’ambito dell’eredità e non stiamo parlando purtroppo di tempi così lontani.
Abbiamo fatto passi avanti rispetto a quei tempi, ma non sono ancora abbastanza. Oggi è una giornata di sensibilizzazione, facciamo tante iniziative, ma non basta se poi restano relegate alla giornata in sé per sé.
Noi come Amministrazione comunale devo dire siamo abbastanza sensibili a questi temi, tant’è vero che abbiamo istituito una commissione pari opportunità già dieci anni fa, dove abbiamo iniziato a sollevare problemi di cui si parlava molto poco.
Oggi abbiamo fatto ancora un passo avanti, infatti la commissione pari opportunità per noi rimane all’interno dello statuto comunale, che abbiamo approvato in questi giorni all’unanimità in consiglio comunale, come organo permanente.
Non so se questo cambierà le cose, ma sono comunque passi avanti. Il mondo però è in mano a voi giovani, non è più nelle nostre mani e spero che voi sarete una società migliore di quella che noi vi stiamo lasciando”.
La professoressa Tamburlani ha spiegato come con questo convegno si vuole sottolineare l’importanza di ricordare: ricordare la storia, il nostro passato, le persone, ricordare che tutti noi abbiamo dei diritti, che sono inviolabili e ricordare l’importanza di esternare e di far sentire la nostra voce. Per entrare poi nel vivo del convegno la professoressa Tamburlani, dopo una breve presentazione, ha passato la parola a Riccardo Noury.
L’intervento di Riccardo Noury
“È stato già ricordato come il 25 novembre sia una data importante, il giorno in cui le istituzioni prendono la parola per condannare la violenza contro le donne. Vedremo però se dal 26 novembre al 24 novembre del 2023, le parole così importanti spese durante questa giornata saranno poi tradotte in fatti concreti. Parlo anche del nostro Paese, dove la violenza contro le donne è un fenomeno ormai di sistema, che viene condannato sì, ma è difficile vedere le parole di condanna quando ci si basa solamente su una delle tre P previste dalla più importante convenzione europea per il contrasto alla violenza di genere, la convenzione di Istanbul.

Quest’ultima infatti parla di queste tre P: protezione, prevenzione e punizione.
Molti stati danno enfasi solo a quest’ultima P, perché è facile promettere pene più severe, anche se queste pene arrivano sempre a fatti avvenuti. Per questo la prevenzione e la protezione sono fondamentali. Prevenzione vuol dire cercare di impedire che dei fatti accadano, protezione vuol dire dare dei rifugi sicuri alle donne e più in generale provare a rovesciare un sistema che è discriminatorio nei confronti delle donne. Forse ci vorrebbe una quarta P, che è parità, soprattutto economica, perché spesso è quella imparità economica, quella mancanza di autonomia che rende difficile lasciare la casa in cui si è minacciate, in cui si subiscono violenze”.
Riccardo Noury ha sottolineato anche come spesso ci sia sfiducia nella giustizia: vediamo infatti come troppe volte la violenza non viene denunciata, perché appunto c’è sfiducia nei confronti di un sistema che chiede di dimostrare che quella violenza sia veramente esistita; un sistema che troppe volte pone domande alle vittime del tipo: “Avevi bevuto? Che vestiti indossavi?”, quasi a insinuare che esista una giustificazione a quella violenza.
“Forse è da lì che dovremo partire – ha proseguito Riccardo Noury – dare dei segnali efficaci nell’ambito della prevenzione e della protezione. Amnesty International sta provando a migliorare quel sistema giudiziario: stiamo chiedendo una modifica al Codice penale che introduca, dove si parla del reato di stupro, il tema dell’assenza del consenso.
Oggi però più che essere una giornata in cui raccontare del dolore e della sofferenza, io vorrei raccontarvi del coraggio, perché se è vero che c’è un’aggressione globale nei confronti dei diritti delle donne, soprattutto nella sfera che concerne i diritti sessuali e riproduttivi, è bene ricordare che sono le donne che portano avanti il movimento di resistenza, da sempre.

La mia esperienza all’interno di Amnesty nasce più o meno alla fine degli anni ‘70, quando si iniziarono a vedere a Buenos Aires, in Argentina, delle signore con dei fazzoletti bianchi in testa, che erano le madri e le nonne degli uomini scomparsi argentini. Queste donne si riunivano nella piazza centrale, Plaza de Mayo, per chiedere dove fossero i loro figli, i fratelli, i nipoti, i padri, quegli uomini che erano stati inghiottiti dalla repressione.
L’esempio delle donne di Plaza de Mayo è stato poi ripreso da tantissime associazioni e da gruppi di donne. Vediamo come, quando in testa a questi movimenti di protesta si pongono le donne, la repressione è sempre più feroce; perché un potere tipicamente patriarcale, misogino, maschilista quando vede delle donne che guidano le proteste, e che quindi escono dal loro ruolo, quello di stare a casa e accudire il marito, i figli, il focolare, le reprimono il doppio.

È successo in tante occasioni: vorrei raccontarvi ad esempio cosa sta succedendo in Europa, in particolare in Bielorussia: in questo paese dagli anni ‘90 c’è un uomo folle al potere Aljaksandr Lukasenka, il quale governa con metodi repressivi e che ad ogni elezione vince perché incarcera i suoi concorrenti. Lo ha fatto anche nelle elezioni del 2020, ha messo in carcere, con reati fasulli, i suoi tre competitori ma non si è reso conto di aver sprigionato una leadership femminile che ha visto le tre mogli dei tre candidati in carcere candidarsi a loro volta.
Nonostante ciò Lukasenka ha vinto le elezioni, ma quella leadership femminile è diventata la guida della protesta di piazza e ha fatto sì che dal 9 agosto 2020 le piazze della Bielorussia, nonostante tutto, si riempissero di tre generazioni di attiviste. Tant’è che la narrazione di stato, ovvero i giornali che sono tutti controllati dal regime, ha introdotto il concetto di donne cattive, che non stanno a casa a fare il loro dovere”.

Riallacciandosi alla riflessione di come la repressione da parte dei regimi diventi più dura quando in testa a questi movimenti ci siano delle donne, lo stesso Noury ha affermato come anche in Bielorussia si sia attivato questo meccanismo. Non solo lo stato, di fronte a queste proteste, ha utilizzato le forme più dure di repressione e ha riservato alle donne che manifestavano i trattamenti più crudeli nelle carceri, ma anche previsto l’espulsione dalle scuole e dalle università per le studentesse che scendevano in piazza e ha minacciato di togliere i figli a quelle madri che avessero partecipato alle proteste.
Riccardo Noury ha spiegato come nella maggior parte dei casi questi movimenti di attivisti che lottano per dei cambiamenti abbiano una leadership femminile: “Anche in Russia non è un caso che la leadership del movimento contro la guerra sia nelle mani del movimento femminista. Sin dal giorno successivo l’invasione dell’Ucraina sono state le donne a prendere la guida delle proteste.“

“Voglio raccontarvi la storia di Alexandra Skochilenko, che è al centro della campagna più grande di Amnesty in corso in questo periodo e che sta coinvolgendo milioni di persone nel mondo, chiedendo loro di intervenire scrivendo lettere e firmando appelli in favore di alcune persone che sono in carcere e che sono sotto processo per aver espresso le proprie opinioni sotto forma di protesta pacifica.
Alexandra, per aggirare i divieti ufficiali di protesta, a San Pietroburgo insieme ad altre compagne del movimento femminista è entrata nei supermercati della città togliendo i cartellini con i prezzi sugli scaffali e sostituendoli con piccoli slogan contro la guerra. Con questa azione del tutto pacifica rischia dieci anni di carcere, questo perché la Russia è ormai un paese dove è impossibile portare avanti qualsiasi forma di protesta”.

Riccardo Noury ha fatto altri esempi di paesi in cui le donne vedono minati gravemente i loro diritti, in cui i movimenti di protesta sono molto presenti e in cui, grazie a questi stessi movimenti, si sono visti alcuni cambiamenti: “In Qatar, dove ora si stanno svolgendo i mondiali di calcio, tra i mille problemi a livello di diritti umani, le donne non hanno alcuna rappresentanza pubblica; qualunque decisione che le riguardi, che sia essa personale, lavorativa o legata ad un altro ambito della propria vita, deve essere presa dal maschio di casa.
Per dirne una in Qatar una donna fino ai 25 anni di età non può viaggiare da sola all’estero ma deve essere accompagnata da un tutore maschile. Altro esempio in Arabia Saudita le donne non possono guidare da sole, ma devono essere accompagnate da un uomo.
Proprio su questa legge assurda le attiviste per i diritti umani hanno a lungo combattuto, portando avanti una straordinaria campagna che ha fatto sì che le autorità saudite abolissero quell’assurdo divieto. La campagna è stata vinta, ma queste attiviste hanno pagato un prezzo durissimo. Però è bene ricordare che se c’è stato un passo avanti per i diritti delle donne in Arabia Saudita è tutto grazie a queste attiviste”.
“Ora arriviamo al tema centrale di questo convegno, ossia quello che sta accadendo ormai da due mesi in Iran. Qui le leggi discriminatorie contro le donne coesistono con la nascita della Repubblica Islamica Iraniana. Quella più nota è la legge che obbliga a indossare il velo in ogni luogo pubblico. Questo è l’aspetto discriminatorio più evidente, ma anche in ambito familiare le donne vengono discriminate, in tema di eredità, di gestione dei figli, o ancora in materia di diritto allo studio: le donne in Iran infatti non possono accedere ad alcune facoltà universitarie, considerate per soli uomini.
Il 16 settembre Mahsa Amini, 22enne che arrivava dalla provincia del Kurdistan, era a Teheran in vacanza quando viene fermata da un uomo della polizia morale perché aveva una ciocca di capelli fuori posto. La ragazza viene portata in una stazione della polizia religiosa per essere sottoposta a un periodo di “rieducazione” e ne esce morta.
Questa è stata la scintilla che ha dato il via a un movimento di protesta senza precedenti in Iran. Non che non ci fossero state proteste in passato, anzi ciclicamente ogni due tre anni in questo paese si scende in piazza per manifestare. Già nel 2018 e nel 2019 un’altra campagna contro l’obbligo di indossare il velo in pubblico aveva avuto enorme popolarità; questa campagna si basava su riprese video, pubblicate sui social, di donne che nei luoghi più importanti della capitale Teheran si levavano il velo e lo facevano sventolare. In quell’occasione almeno una quarantina di queste attiviste erano state condannate per prostituzione: è così infatti che la legge iraniana considera il protestare contro la legge del velo.
Oggi però questa protesta assume un aspetto differente. Se nella campagna del 2018-2019 erano le attiviste a scendere in piazza e chi voleva vivere tranquillo poteva prendere le distanze da ciò, ora il fatto che ad essere stata uccisa è stata una cittadina qualunque questo ha prodotto un meccanismo di identificazione in tantissime donne, che allora sono scese in piazza.
È un movimento nuovo anche perché è transgenerazionale e interessa diverse classi economiche. Ma se la protesta è nuova la repressione è vecchia. Da subito infatti il comando centrale militare ha dato l’ordine di sparare, di uccidere. Sono stati moltissimi i manifestanti uccisi tra cui tanti minorenni, le carceri si stanno riempiendo. Si stima che siano state arrestate circa 16 mila persone e ci sono già 21 condanne a morte emesse nei confronti di persone che sono state arrestate durante le proteste. Inoltre la repressione si amplia non solo a chi scende in piazza ma anche a chi mostra solidarietà a queste persone. Nei mesi scorsi sono stati arrestati scrittori, intellettuali, registi: è quindi una repressione che non guarda in faccia nessuno. Amnesty International nelle scorse settimane ha chiesto alla comunità internazionale di fare qualcosa, si è rivolta all’organo delle Nazioni Unite che si occupa di diritti umani.
Abbiamo chiesto che venisse convocata una sessione speciale (convocata il 24 novembre), abbiamo chiesto che venisse adottata una risoluzione per istituire un meccanismo d’inchiesta, di accertamento dei fatti, che abbia il mandato di entrare in Iran, di raccogliere prove, di entrare nelle prigioni, per istruire un processo di giustizia internazionale. Ieri (24 novembre) questa risoluzione è stata approvata e quindi per la prima volta, anche grazie ad Amnesty, la voce della protesta delle donne iraniane è entrata a Ginevra e ha trovato una risposta in questa storica risoluzione, che è il primo atto concreto di sostegno della comunità internazionale alla protesta in Iran.
Non so come andrà a finire con queste proteste, ma so cosa possiamo fare noi, perché è vero che noi vediamo quelle immagini di enorme coraggio delle donne che protestano, però è probabile che anche loro vedano ciò che facciamo noi, se esprimiamo sostegno e solidarietà o meno. Quelle iniziative di ottobre di sostegno alle proteste in Iran si sono già affievolite, ma noi che abbiamo la possibilità di continuare a riempire le piazze senza che ci sparino addosso, dovremo fare qualcosa per dimostrare che la nostra solidarietà è senza tempo”.

Un convegno illuminante, ancor più d’impatto perché organizzato all’interno di una scuola. Credo che una società possa definirsi progredita, solo se porta avanti in primis un progresso umano, in cui i diritti e le parità siano veramente concetti inviolabili, dove la libertà venga protetta in ogni sua forma. Le nuove generazioni possono guardare alla storia passata per comprendere e ricordare le dure lotte portate avanti dalle donne e dagli uomini, possano imparare da questa storia e diventarne portavoci, per ricordare a tutti che la lotta ai diritti umani non si fermerà mai.


