E’ quanto lasciato scritto ai propri genitori dall’11enne ragazzo di Napoli prima di gettarsi dal balcone di casa la notte del 29 settembre.
I suicidi di giovanissimi hanno fatto scattare l’allarme anche in Italia.
Nel 2017, dopo il servizio de Le Iene, il fenomeno della Blue Whale ha avuto molta risonanza in Italia.
In Russia erano stati attribuiti al macabro gioco circa 150 suicidi di adolescenti e preadolescenti, nell’arco di due anni, che venivano adescati sui cosiddetti “gruppi della morte” e, seguendo delle prove giornaliere per 50 giorni, venivano condotti al suicidio da alcuni “tutor”. I suicidi avvenivano perlopiù tramite un salto nel vuoto, dalla cima di un palazzo.
Questa è stata anche la modalità utilizzata da un adolescente di Livorno che ha fatto scattare l’allarme anche in Italia. Secondo le indagini, però, non sono state raccolte prove sufficienti che dimostrassero il collegamento del suicidio del ragazzo con la Blue Whale e, in Italia, non sembrano esserci stati altri episodi del genere.
Nel 2018 è stata la volta della Momo Challenge che utilizzava l’immagine di un’istallazione artistica del giapponese Keisuka Aisawa. Questa donna – uccello sarebbe una figura spettrale appartenente alla mitologia giapponese. Da ciò che risulta, in Sud America si creò allarme perché dei profili utilizzanti questa immagine, sembrava adescassero bambini e ragazzi per istigare odio, violenza e indurli al suicidio. Del fenomeno se ne parlò anche in Italia, ma non sembrano esserci casi di suicidi riconducibili a questa challenge.
Infine, oggi si parla di Jonathan Galindo, un nome inventato associato all’immagine di un uomo mascherato da Pippo. La maschera si chiama “Larry” ed è, in realtà, opera di un costumista cinematografico che la realizzò nel 2014. L’immagine di questa maschera è stata rubata e utilizzata da questo malintenzionato che avrebbe portato al suicidio un ragazzino di undici anni, di Napoli. “Mamma e papà, vi amo. Ora devo seguire l’uomo col cappuccio nero. Non ho più tempo. Perdonatemi” queste sono le parole scritte dal giovane, prima di buttarsi dal balcone la notte del 29 settembre. Alla luce di quanto scritto, si sospetta che l’undicenne sia stato, quindi, istigato al suicidio. Mentre si indaga sull’accaduto, il web pullula di profili riportanti l’immagine di “Larry” e molti di questi sembrerebbe che stiano dichiarando di essere il Jonathan Galindo “reale”, “quello dietro la morte del bambino”, mentre su Telegram starebbero nascendo gruppi in cui si narrerebbero le leggende su Jonathan Galindo e sui vari rapimenti di bambini a lui legati. Niente di tutto questo ha delle prove concrete alla base, ma tutto questo ingigantisce la risonanza di questa figura – dietro la quale si cela solo una persona malintenzionata – seminando allarmismo e terrore. Per ora, quindi, non si ha la certezza della riconducibilità del suicidio dell’undicenne napoletano alla figura di Jonathan Galindo, tuttavia si vuole qui proporre una riflessione. La cosiddetta “Generazione X”, quella dei nati approssimativamente dal 1996, è continuamente connessa.
Giorgia Gentili
