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Nostra intervista a ‘O Zacchero – Archivio La Torre Oggi

Nostra intervista a ‘O Zacchero

Scritto da:

Gabriele Romagnoli

Pubblicato il:

BlogCultura, Musica

E allora il maestro disse: “Fa’ po’ comme cazzo te pare”.

E fu così che nacque un grande sodalizio, quello tra due uomini, due tempi e due arti, un sodalizio che ha dato vita ad un progetto anti zellini che vede tradizione e modernità, poesia e musica fondersi sotto l’occhio attento dell’Indico.

Ecco la genesi e le fondamenta del collettivo musicale e artistico dell’Orchestra del Paese Immobile che ora noi della redazione, tramite l’intervista ad una delle due menti iniziatrici del progetto, nonché noto poeta veliterno, Roberto Zaccagnini, abbiamo voluto raccontare, così da capire come il dialetto veliterno e la musica contemporanea abbiano potuto incontrarsi.

Ecco allora Matteo Scannicchio, noto musicista e compositore, entrare nella Libreria Numero 6, regno del misterioso Zacchero.

Il maestro Scannicchio, incredulo delle capacità espressive e musicali delle poesie del signor Zaccagnini, chiede allo stesso di poter musicare una delle sue liriche. Lo Zacchero, figlio della verve Veliterna, vuole da subito mettere le cose in chiaro e con ciglia aggrottate e pelo irto dice: “Del Lei si dà solo agli Asini a Velletri”. E dunque, messo in chiaro ciò, più disteso e mite, può mettere la firma su una nuova frontiera musicale Veliterna al grido di “Fa’ po’ comme cazzo te pare”.

Matteo Scannicchio e Orchestra del Paese Immobile

Il maestro Scannicchio allora decide di tornare il giorno dopo con due occhi da cecaglione e con la prima traccia già pronta. Lo stupore, l’emozione riempiono le stanze della piccola libreria di greve incredulità.

E fu così che lo Zacchero decise di raccogliere nove delle sue amate fregnacce, poesie in dialetto velletrano scritte e recitate in più di 30 anni e di affidarle alla musica del maestro Scannicchio, che nel giro di poco tempo riuscì a musicarle tutte dando definitivamente vita all’Orchestra del Paese Immobile.

A questo punto l’interesse della conversazione si è orientato verso la poesia, per capire la poeticità del dialetto veliterno ed il modo in cui lo Zacchero ha interpretato poesia e dialetto.

Il linguaggio poetico di sua natura tende a smontare e spesso stravolgere la struttura naturale della frase, ciò per motivi metrici, ritmici e di musicalità. Per questo motivo spesso il linguaggio poetico risulta alto, elitario, lontano. Ma non questa poesia, non quella di chi vede nella poesia un’opera di riscatto linguistico, di salvaguardia linguistica e attenzione ad una bellezza poetica che si rispecchia più nella terra del vignarolo, nella modesta casa in centro storico, che nei salotti letterari.

La potenza del dialetto nostrano sta dunque nella sua innata musicalità che ha permesso al maestro di non stravolgere appunto la morfologia della frase, riuscendo inoltre a mantenere la forma metrica dell’italianissimo endecasillabo, che perfettamente si adatta alle caratteristiche del verseggiare veliterno. Ecco allora un ponte in grado di unire il dire popolare, nel suo stato più autentico e la poesia “alta”. Questo il segreto della poesia dello Zacchero, un verseggiare umido e vivo, anzi vivissimo, che mira anche a proteggere le tante espressioni popolari che sembrano ora, con la standardizzazione linguistica, non echeggiare più nella voce dei giovani, non che sia certo una colpa delle nuove generazioni, ma bensì un dovere anche dei giovani, ovvero quello di mantenere vivo nella mente dei molti quella che ora è la voce di pochi.

La stessa musicalità, come prima si accennava, ha fatto sì che la poesia veliterna fosse adattabilissima anche ad un’altra forma artistica, la musica. Adattabile addirittura ad un genere musicale estremamente contemporaneo, il rap. Prima di raccontare ciò è bene ricordare quello che lo stesso Roberto ha voluto con forza ribadire, ovvero come l’orchestra sia piena di giovani artisti che, oltre a mostrare tanto talento ed entusiasmo, sembrano soprattutto muniti di uno spirito nuovo nel panorama artistico veliterno: ovvero la voglia di iniziare un qualcosa e di portarla avanti – tanti sono gli esempi nella nostra città di iniziative dal grande entusiasmo iniziale che poi si sono perse per la strada – e alla luce dei tre anni di attività infatti, senza giochi di potere, senza zellini all’orizzonte – anche questo, noto problema delle iniziative veliterne – il progetto sembra navigare a vele spiegate.

Per tornare dunque al rap, ecco il massimo esempio di collaborazione tra tradizione e modernità: “Callodemaggio”, una delle più celebri liriche del maestro, è stata trasformata da Scannicchio in una canzone rap. All’inizio – e tutt’ora – lo Zacchero ha storto il naso, ma non appena vista la risposta entusiasta del pubblico e una volta capito il lavoro che c’è stato dietro questa insolita operazione musicale, non ha potuto far altro che constatare come la potenza della canzone che è stata in grado di unire generazioni e tradizioni musicali e dunque – non senza remore – apprezzarla. Infatti quando lo scorso 19 Marzo l’Orchestra si è esibita al teatro Gian Marian Volontè – clamoroso successo che ha scosso e commosso tutti, pubblico e membri del complesso – “Callodemaggio” è stata cantata da grandi e piccini senza alcuna distinzione.

Successo, quello tra il pubblico – tra l’altro non solo veliterno ma anche genzanese – che è stato la conferma di quanto questo progetto possa volare: tanti gli accendini accesi e sventolati all’aria dal pubblico, segno di una musica che nutre l’attaccamento di un popolo alla sua tradizione ma che allo stesso tempo accompagna la stessa tradizione verso il futuro.

Insistiamo ora sul concetto di tradizione e capiamo l’importanza del lavoro operato dallo Zacchero che, oltre a personaggio popolare, se non quasi mitologico veliterno, oltre che come cantore e attore si è imposto sulla scena come affezionato filologo studioso della tradizione, della nostra tradizione. Storiografie, vocabolari, grammatiche e poesie, opere in cui, ad esempio, in una società scientista come la nostra, siamo ancora in grado di apprezzare l’esoterismo di tanti anni fa, cuore pulsante di una comunità che inevitabilmente andrà scomparendo e della quale vanno conservati certi aspetti.

Ecco allora, ad esempio, la figura dell’Indico, antica divinità pre-romana, che ora le neuro scienze hanno voluto etichettare come “paralisi del sonno” ma che noi, con disincanto e occhio puerile, vogliamo ancora vedere come quel nefasto diavoletto che turba i sogni dei velletrani.

Tutto ciò ora si ripropone in chiave musicale con grande entusiasmo, ottimismo ed un’esuberante potenza espressiva grazie all’Orchestra del Paese Immobile. Sono quindi in uscita nuovi brani e si rimanda all’evento dell’11 settembre dove l’Orchestra si esibirà assieme ad un altro complesso di giovani artisti chiamato “Fumo Fiori” in Piazza Cesare Ottaviano Augusto.

Per chiudere lo Zacchero ci ha voluto però confidare un suo timore: “sono tutti ben intenzionati a continuare, e questo è quello che io temo”.

Gabriele Romagnoli