orus casinobodogruletaluckiabetanosportiumspin casinostakes3 reyes888lottolandcoolbet777 casinogana777betfairbwinyak casinoivy casinooddscheckerred casinonetbetwilliam hillvip casinorey casinomarathonbetdafabetsol casino1betwinlandbet777parimatch18bet888casinocampobetmostbetganabetrushbetbetcrisbetssonluckynovibetwinnerwinpotbetmasterbetmexicocancunplaycitystrenduspokerstarscoderecalientefun88bbrbet1win10betbetwaypin upspinbet7cslotpickwinspin betmr fortunew88pragmaticgamdomcrasherjojobetbetmexbcasinofoliattiwinner mxbets 10big bolabet masterinbet7slotslucky daym777mexplayluckydaysbet caliente1xplinko

Micky Guns presenta il suo Ep “Blasted Lands and Ghosts” – Archivio La Torre Oggi

Micky Guns presenta il suo Ep “Blasted Lands and Ghosts”

Scritto da:

Redazione

Pubblicato il:

BlogMusica, Primo Piano

E’ uscito il 20 novembre ed è il primo lavoro discografico da solista del chitarrista

Uscito lo scorso 20 novembre, “Blasted Lands and Ghosts” è il primo lavoro discografico solista di Micky Guns, chitarrista e insegnante presso la scuola di musica “Velester” di Velletri. Dopo diverse formazioni, tra le quali gli Edward Johnson and the Great Escape con cui ha composto due dischi e lo scrittore Francesco De Gregorio, esce su tutte le piattaforme digitali questo primo Ep, composto da quattro brani. Un viaggio intimo ed evocativo, attraverso le sue chitarre per raccontare tutto ciò che rimane dopo una distruzione. La rinascita e i fantasmi che ti rincorrono.

“Blasted Lands and Ghosts” è il tuo primo EP e primo lavoro solista, dopo anni di band e palchi calcati. Come mai questa scelta? Raccontaci la genesi di questo lavoro.

“La genesi di questo percorso parte da lontano. Ho sempre avuto il bisogno di creare un percorso che fosse soltanto mio poiché sono sempre stato un chitarrista di qualcuno o di qualcosa. Erano anni che avevo in mente questo e due anni fa prese vita il brano “Higher Self Blues”, venne prepotentemente fuori come se mi bussasse sulla spalla. Da lì iniziai a concepire nella testa altri brani che presero vita in seguito fino a materializzarsi in questo Ep. Sono sempre stato un musicista libero, col desiderio di fare ciò che più sento vicino, non voglio fare il turnista, voglio suonare ciò che più mi piace: la musica nera e il rock che nella vita ne ho suonato tanto”.

Quattro brani formati da una cover, due strumentali e un solo cantato. In questi tempi pieni di parole, prediligi lo strumentale, lasci parlare così “la tua chitarra”. Raccontaci questo aspetto.

“In realtà seguo l’istinto ed essendo un chitarrista e non un cantante è ovvio che il tutto lo veicolo tramite l’estensione del mio corpo ovvero la chitarra. Solo l’idea di prendere la chitarra e fare quello che voglio vale qualsiasi cosa. Ti dico solo che sto affinando il modo e le tecniche per suonare da solo. È una questione di intimità”.

“Blasted Lands and Ghosts”, letteralmente terre abbandonate e fantasmi, narri di queste terre come un post apocalittico, una metafora dei cambiamenti che accadono nella vita, di salite e discese agli inferi, di fantasmi del passato. È al tempo stesso una panoramica dei giorni d’oggi?

“Personalmente i giorni d’oggi li percepisco molto confusi c’è un anello mancante tra noi e molte verità, molte incertezze. So di risultare anacronistico nel dire che non mi rispecchio in questo momento storico, ma lo dico lo stesso. È un periodo in cui non conta “cosa si fa” ma “chi lo fa” (magari anche bene, poi). Chissà gli storici tra quattrocento anni come descriveranno tutto ciò. Il mio disco non è assolutamente una panoramica di questo è uno spaccato di ciò che ho vissuto e vivo empaticamente. Le terre esplose sono i luoghi dove hai lasciato te stesso e ora sono deserte, i fantasmi sono le cose che vedi ma loro non vedono te in questi luoghi. La vita è formata da più vite, ne finisce una e ne inizia un’altra dalle ceneri della precedente, proprio come una civiltà dopo esser decaduta o esser stata rasa al suolo da un disastro nucleare. Ecco il parallelismo che ho fatto, ecco “Blasted lands and ghosts””.

Ascoltando il disco si evocano tante immagini e collegamenti, dal mondo dell’arte alla letteratura, penso a un “Faust” di Goethe, al “Paradiso perduto” di Milton, ma anche ai romanzi polverosi di Steinbeck e Haruf. Cos’è che più ti ispira nella composizione?

“Questa è una domanda difficile in realtà. A volte mi ispiro giustamente ad artisti che ascolto, che incontro, che stimo oppure che detesto! Alcune volte scrivo ciò che vorrei ascoltare, sentire e che non riesco a trovare. Per questo lavoro non mi sono ispirato a nessuno, è stata l’esigenza di trasformare in musica il terremoto che avevo dentro e che molto probabilmente sempre avrò”.

Pensando al futuro, hai pensato mai, prediligendo lo strumentale a comporre colonne sonore per il cinema? Che progetti ci riserva il tuo futuro?

“Certo che ci ho pensato, mi piacerebbe moltissimo. In moltissimi hanno avvicinato “Higher self blues” e “Ghosts dance” soprattutto a un qualcosa che ricordasse “The walking dead”; altri vedono “Higher self blues” in un film di Tarantino (magari). Tanti anni fa scrissi delle musiche per un cortometraggio che avrebbe dovuto realizzare un mio amico, ispirandomi ad alcune composizioni di John Carpenter. Dovrei ancora averle da qualche parte, il corto non riuscimmo a realizzarlo, eravamo gente solo noi artisticamente parlando, con tutte le difficoltà. Mi piacerebbe tantissimo scrivere per un film, anche solo per una scena di 30 secondi. Mi piacerebbe scrivere musica caratterizzando un personaggio in particolare magari l’antieroe (chissà perché). Sarebbe bello anche proporre ciò che faccio agli addetti ai lavori, devo capire prima come si fa però”.

Sofia Bucci