Il sarcofago delle dodici fatiche di Ercole attualmente presso il Museo Civico Archeologico veliterno è stato realizzato su un marmo proveniente dalle cave di Marat hi, nell’isola di Par os, appartenente all’arcipelago delle Cicla di, nel mare Egeo. Questo tipo di marmo (di natura cristallina, composto difatti da cristalli bianchi di carbonato di calcio), è stato “riconosciuto (appunto) come pario dal prof. Gioacc hino De Angelis d’ Ossat (1865 -1957 ) geologo e paleontologo presso l’Università La Sapienza di Roma,(R. Bartoccini – ” il sarcofago di Velletri ” Ediz. ” L’ Erma” di Bretschneider- Roma, 1958- pag.130). La sua realizzazione ad inquadramento architett onico, è del tipo Sidamara, anche se il Bartoccini ritiene, erroneamente , che lo stesso sarcofago precede la suddetta tecnica.

Si presenta necessario spigare come avveniva la procedura relativa alla realizzazione dei sarcofagi di questo tipo, ovvero dalla cava al committente. Difatti , “dal centro di cava i marmi erano spediti ad un centro amministrativo di raccolta, (…) da cui si provvedeva a spedirli a Roma o ad alt re località , come doveva avvenire nel caso di donazioni a comunità da parte dell’imperatore “(G. Ferrar i-op. cit .-pag. 18), come è avvenuto, probabilmente, con il sarcofago veliterno delle fatiche di Ercole. Naturalmente “nelle cave non si preparavano soltanto blocchi marmo grezzo, ma vi si svolgeva anche l’attività di scalpellini che lavoravano i pezzi destinati ad essere esportati ” (G. Ferrari – op. cit. – pag. 19). Quindi nella cava avveniva una prima sbozzatura del blocco di marmo, infatti è stato provato che nello stesso luogo esistevano dei veri e propri laboratori che scolpivano sia elementi architettonici che monumenti funerari (come appunto i sarcofagi) , se non addirittura statue. In effetti, assume notevole importanza una scuola di marmorari , che possiamo mettere, senza dubbi o, “in relazione con la grande disponibilità di marmo, con il vasto sistema di trasporti ( che l’ impero di Roma possedeva – n.d.r.) e con l’attività delle maestranze viaggianti ” (G. Ferrari -op.cit. – pag. 19). Attraverso quest’insieme di cose va ricercata “la ragione del metodo di lavorazione che troviamo applicato agli elementi architettonici e ai sarcofagi (…) che si svolgeva in due fasi (fondamentali), una prima presso le cave, e la seconda a destinazione” (G. Ferrari – op. cit .-pag.19).

Come difatti è avvenuto per il sarcofago delle fatiche di Ercole. Secondo quanto sostenuto da John Bryan Ward – Perkins (1912-1981), archeologo e storico dell’architettura brit annic o, “la cavatura e l’esportazione del marmo all’inizio del Il secolo (d.C.) era tanto fiorente da raggiungere le zone più periferiche dell’impero; il cambiamento di stile architettonico non può che significare che, insieme con i mar mi, vennero importati dei lavoranti specializzati” (G. Ferrari – op. cit . – pag. 20), che avevano il compito di rifinire e completare il lavoro di scalpellatura del monumento o del sarcofago proprio nel luogo in cui era destinato. Riguardo in particolare i sarcofagi asiatici, come quello veliterno delle fatiche di Ercole, “il problema di un’eventuale terminazione del pezzo presso il destinatario è da tener distinto da quello delle fabbriche locali che li imitavano . Le esportazioni dei sarcofagi (…) era invece basata sul raccordo delle officine, e la terminazione era lasciata ai laboratori locali” (G. Ferrari – op. cit . – pag. 21). Inoltre si aggiunge che “nelle officine in cui eran o finiti, gli artigiani avevano ampia possibilità di variare” (G.Fer rari -op.cit . – pag. 21 e 22).

Il sarcofago delle fatiche di Ercole di Velletri è un unico capolavoro d’ art e scultorea con schemi architettonici,
e “da occasione – come afferma il Bartoccini -, a tutta una serie di problemi, difficili ad esaurirsi in una breve comunicazione preliminare, con cui si vuole per ora soltanto non far tardare oltre la conoscenza di un insieme di tanto eccezionale importanza e ricchezza “(R. Bartoccini – “Il sarcofago di Velletri ” – Tipografia Poliglotta Vaticana – Est r. da Rend. della Pont. Acca d. Rom. di Arch . Vol. XXX – 1957/58- pag. 68). La sua decorazione è ricchissima: il coperchi o, a forma di tetto a due spioventi, presenta antefisse e acroteri , ed ha ai margini in alto, quattro Eroti per lato, inginocchaiti , che sostengono un pesante festone composto da fiori e frutti scolpito a giorno. La cassa è coperta completamente, su tutte e quattro le facce, di sculture ad alto rilievo su due zone sovrapposte , quella superiore si sviluppa in un lungo porticato a trabeazione orizzontale ed è inquadrata in una movimentata architettura che è arricchita da elementi ornamentali e decorativi fra i timpani. La trabeazione presenta degli intercolumni di diversa larghezza in cui le colonne, in tutto quattordici – ad eccezione in otto casi in cui sono tortili – sono sostituite da cariatidi. Agli intercolumni, corrispondono i timpani, alcuni curvi ed alcuni triangolari che sono spezzati agli an goli, che sono riempiti da elementi figurati, divinità animali oppure esseri fantastici (tritoni, giganti , ecc.) e sormontati nella zona degli spioventi da sfingi, coppie di animali che lottano; riempiono le

parti prive di decorazioni le palmette. La zona inferiore invece, divisa dalla superiore da una cornice continua, viene sorretta da dei telamoni inginocchiati (in totale dodici) con ambo le mani o con una mano sola, dando così un ritmo alle scene che vi si svolgono. La parte superiore richiama l’ architettura templare la cui fronte è costituita da uno dei lati minori. Di tutto ciò il sarcofago ci rivela, con queste particolarità , la sua origine da uno stile greco – asiatico, dove in effetti non vi si trovano raffronti.
Giorgio Manganello
Centro Studi e Ricerche “Oreste Nardini”
(2 – continua)
