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“Non si può morire in completa solitudine” – Archivio La Torre Oggi

“Non si può morire in completa solitudine”

Scritto da:

Redazione

Pubblicato il:

BlogPrimo Piano, Sanità

Rodolfo ha perso la sua battaglia contro il Covid-19. Amarezza e rabbia da parte dei familiari che lanciano una petizione

Era il 13 dicembre quando Rodolfo Colella, settantasettenne di Lariano, ha perso la sua battaglia contro il Covid-19. La sua scomparsa ha addolorato profondamente tutto il paese; Rodolfo, infatti, era conosciuto e amato da tutta Lariano. I funerali si sono svolti durante la mattinata del 15 dicembre presso la Chiesa Santa Maria Intemerata e sono stati trasmessi online tramite una diretta Facebook, per permettere a tutta la comunità larianese di assistere e salutare virtualmente il caro compaesano. Ma la storia non finisce qui. Simone Colella, figlio di Rodolfo, ha voluto denunciare sul suo blog personale quanto la propria famiglia ha dovuto subire dal momento in cui il settantasettenne è stato trasportato in ospedale.

“Il 26 Novembre, ho deciso di chiamare il 118 per far ricoverare mio padre, malato di COVID-19, poiché la saturazione (ossigeno nel sangue), che controllavo costantemente, si era abbassata e la febbre invece non voleva scendere” inizia Simone nel suo blog, per poi proseguire e terminare “Il giorno seguente mio papà mi ha videochiamato, perché portava con sé il suo cellulare e piangendo mi ha detto che gli stavano per togliere tutti gli effetti personali (compreso il cellulare) e lo stavano trasferendo in terapia intensiva, sotto il famosissimo casco. Infatti, dopo qualche minuto mi è arrivata la prima delle tante chiamate dal reparto di terapia intensiva, dove stava per essere portato, con la quale mi facevano presente la situazione a livello polmonare. Quella videochiamata è stata l’ultima occasione per vedere papà, l’ultima volta che ho ascoltato la sua voce, l’ultima volta che ho potuto guardarlo negli occhi, l’ultima volta che ho visto mio padre vivo”. Il 6 dicembre, Rodolfo è stato intubato e messo in coma farmacologico. Le sue condizioni sono peggiorate fino al 13 dicembre quando, alle 8.45, Simone riceve una chiamata in cui un medico gli comunica il decesso del padre.

Come ci ha raccontato e come spiega nel suo blog, Simone ha spesso cercato di mettersi in contatto col padre, prima dell’intubazione e del coma farmacologico. Rodolfo era cosciente e la famiglia voleva comunicargli che, nonostante fossero fisicamente lontani, gli erano vicini con il cuore, che lo pensavano, che gli volevano bene e che lo aspettavano a casa. Ad ogni chiamata, però, Simone riceveva sempre la stessa risposta: “Richiama domani alla stessa ora e vediamo come fare”. Simone si è messo in contatto dapprima con il direttore dell’ospedale e, in seguito, con il primario che si è messa subito a disposizione, facendo anche ascoltare a Rodolfo alcuni audio in cui la sua famiglia lo salutava. Il contatto, dunque, non è mai avvenuto in maniera diretto e in tempo reale, ma sempre tramite i medici del reparto.

Rodolfo è deceduto dopo un isolamento durato quasi venti giorni. Venti lunghi giorni in cui si può solo immaginare cosa possa pensare una persona malata che vede le proprie condizioni peggiorare e che non sa se riuscirà a riabbracciare la propria famiglia con la quale non può nemmeno avere un contatto virtuale diretto. Venti lunghi giorni in cui una famiglia non sa cosa aspettarsi, non sa cosa fare, sentendo la mancanza di un padre, di un nonno, di uno zio, di un marito e sperando con tutto il cuore di poterlo riabbracciare presto. L’attesa è stata vana. Rodolfo non ce l’ha fatta e ciò che resta, oltre al grande sconforto per la sua perdita, sono la rabbia e l’amarezza per non aver avuto la possibilità di salutarlo un’ultima volta, di dirgli “ti voglio bene, mi manchi”, di sorridergli sperando di scacciare via ogni brutto pensiero, di confortarlo cercando di strappargli un sorriso.

È per questo motivo che Simone ha lanciato una petizione. “Credo che sia fondamentale l’aspetto umano, l’aspetto motivazionale in una situazione simile, specialmente se la reazione di una persona è un aspetto fondamentale per debellare il virus, specialmente se le nostre energie sono fondamentali in questo percorso. Quindi l’aspetto psicologico gioca un ruolo importantissimo nel rafforzamento della difesa immunitaria” scrive Simone nel suo blog, invitando tutti a firmare la suddetta petizione diretta al Ministro della Salute, Roberto Speranza.

Perché è importante firmare? Perché potremmo essere noi. Potremmo essere noi le persone ricoverate e avere bisogno del conforto della nostra famiglia e potrebbe essere la nostra la famiglia quella con un parente ricoverato. Ciò che chiede Simone, infatti, è il diritto di poter vedere, farsi vedere e dare conforto emotivo ad un proprio caro ricoverato in ospedale per Covid-19. Troppe persone sono ricoverate senza avere il sostegno della propria famiglia e, purtroppo, spesso decedono nella solitudine totale che si è protratta per giorni e giorni. I casi di medici che, mossi a compassione, hanno avviato spontaneamente videochiamate tra i pazienti e le loro famiglie sono sporadici: quello che chiediamo è che si trovi una soluzione per rendere tale azione sistematica, per assicurare alle terapie intensive quantomeno il contatto virtuale con l’esterno.

Per firmare la petizione dovete consultare, da smartphone o pc, il sito change.or, cliccare sull’icona per effettuare la ricerca e digitare “diritto di poter vedere, farsi vedere e dare conforto emotivo ad un ammalato in ospedale”. Successivamente, potrete cliccare sul tasto “firma questa petizione”, confermando poi il tutto sulla vostra casella mail. Firmare tale petizione è sinonimo di grande altruismo, senso civico e amore verso il prossimo. In questo periodo, difficile per tutti, con questo piccolo gesto possiamo cercare di restare vicini e sostenerci tutti a vicenda.

Giorgia Gentili